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lunedì 7 dicembre 2015

Il cinema è l'arma più forte: "Five Broken Cameras" di Emad Burnat e Guy Davidi


Five Broken Cameras è un atto politico prima ancora che un film. E non solo perché si fa carico di riportare allo spettatore la contestazione palestinese del villaggio di Bi'lin - nei territori occupati della Cisgiordania - contro la costruzione del muro da parte degli israeliani e contro l'espropriazione delle terre per l'edificazione di insediamenti abusivi, ma soprattutto perché contribuisce a interrogare la collocazione del cinema all'interno dell'universo mediatico contemporaneo:  a definire con chiarezza il suo ruolo, a ribadirne la necessità (con buona pace di quanti continuano a celebrare da anni l'estrema unzione per la settima arte) e a ribadire la forza di un'estetica che sia anche - e soprattutto - funzionale. (Re)interroga dunque la "specificità" del cinema non più su un piano ontologico ma su un piano fenomenologico.
Five Broken Cameras è capace di interferire con pacifica violenza nella comunicazione massmediatica riguardante la realtà di quei territori. E la comunicazione è sempre - necessariamente - un atto politico.

giovedì 18 luglio 2013

"The Rolling Stones. Crossfire Hurricane", di Brett Morgen


Potente, pirotecnico, penetrante. Laddove chiunque avrebbe realizzato un bel ritratto, Brett Morgen sceglie di incidere uno squarcio nella tela. Laddove molti si sarebbero adagiati nel tratteggiare scolasticamente i contorni di un'immagine scolpita nel mito - consapevoli che un certosino lavoro "di maniera" sarebbe risultato sufficiente a emozionare e incantare i fan dei Rolling Stones - Morgen sceglie di rischiare, imponendo un suo stile, e non tradendo mai per l'intera durata del film la sua personale idea di "racconto".