Se due giorni fa mi trovavo a commentare The Gangster, sottolinenando la capacità del regista tailandese Kongkiat Khomsiri di scavare ogni immagine del suo film fino a far esplodere tutto il potenziale figurativo e culturale in esse celato, pagando il proprio tributo ai modelli di riferimento senza per questo scadere nella sterile reiterazione di codici preesistenti, oggi, riflettendo su New World del sud coreano Park Hoon-jung, mi trovo a dover constatare esattamente il contrario.
